lunedì 4 agosto 2014

Concorso fotografico: Flora e paesaggi naturali del Litorale Austriaco

Allium victorialis L. (Aglio serpentino, Aglio vittoriale)
foto A. Sgambati


Il Club Touristi Triestini organizza un concorso fotografico, con tema "Flora e paesaggi naturali del Litorale Austriaco e dei territori contermini.".

Il "Litorale Austriaco" comprende storicamente il territorio da Bovec/Plezzo a Lussin, da Cervignano a Baška, comprendendo quindi tutto il territorio carsico; ai fini del concorso, è esteso anche alle regioni e territori di Trentino, Tirolo, Veneto, Friuli, Carinzia, Stiria, Slovenia e Croazia.

Il concorso ha il fine dichiarato di raccogliere foto digitali della flora autoctona spontanea e rinselvatichita, da utilizzarsi anche a fini di documentazione e pubblicazione scientifica.

E' gradito che gli autori identifichino e classifichino autonomamente i soggetti ripresi; tuttavia, nel caso di immagini delle quali non si sia in grado di identificare la specie della pianta soggetto, ciò verrà effettuato dalla giuria, che si avvale della preziosa collaborazione del prof. Poldini

La scadenza per l'invio delle immagini è il 14 novembre 2014.

Il bando del concorso (la cui partecipazione è gratuita) è disponibile sul sito del Club Touristi Triestini.


mercoledì 9 luglio 2014

La Caverna della Banda

In prossimità di Medeazza, a pochi metri dalla pista di servizio che fiancheggia il tracciato dell'oleodotto transalpino verso Pietrarossa, si trova una piccola cavità, dal suggestivo nome "Caverna della Banda" (6728/6280 VG).



E' una caverna piccola e di facile esplorazione, che si sviluppa per una quindicina di metri e di soli 4 metri di profondità; e come tante altre caverne della zona, nel corso della Prima Guerra Mondiale fu adattata a scopi militari, allargandone l'ingresso e costruendo all'interno un ripiano sostenuto da un muretto.

E' stata chiamata Caverna della Banda, perché si  crede che qui  durante la Prima Guerra Mondiale abbia trovato rifugio e successivamente la morte una intera banda reggimentale.
La cavità venne nuovamente alla luce durante gli scavi per l'oleodotto nel 1968. Secondo voci non verificate, vi furono rinvenuti i resti dei componenti la banda, con tanto di strumenti musicali; si ritenne l'ingresso fosse stato ostruito da un'esplosione che li aveva intrappolati, causandone la morte.
Resti e cimeli andarono irrispettosamente dispersi, lasciando quindi attorno a questo triste fatto un alone di leggenda.

Chissà se adesso, in occasione della ricorrenza del centenario della Prima Guerra Mondiale, ci sarà modo di recuperare inedite e dimenticate testimonianze, destinate a far luce su questo e su altri mille piccoli ma tragici fatti accaduti allora, ma destinati a non entrane nella "Storia" con la "S" maiuscola?
 

sabato 5 luglio 2014

La strage della Brigata Valtellina

I treni diretti a Trieste, una volta abbandonata la stazione di Monfalcone, affrontano subito due brevi gallerie. Indifferente che si tratti di un sonnolento locale o di un prestigioso Frecciabianca: le gallerie sono corte, ed il passeggero si accorgerà a malapena di attraversarle.
Eppure la seconda galleria meriterebbe la nostra attenzione, perché è stata teatro di una delle maggiori tragedie della prima guerra mondiale: seconda - solo per i numeri, non certo per l'orrore - a quelle dei gas...
Tragedia che è stata però ingiustamente dimenticata: perché per le sue dimensioni, e per i modi con cui si è svolta, meriterebbe un posto importante nella nostra memoria: monito non solo della vacuità della guerra, ma soprattutto della stupidità umana.

Dobbiamo andare al settembre 1917: si è conclusa da pochi giorni l'ennesima "Battaglia dell'Isonzo"... l'undicesima, per la precisione, della sfilza di battaglie che nell'arco di due anni, a prezzo di alcune centinaia di migliaia di caduti, aveva fatto guadagnare agli Italiani una manciata di chilometri, tanto che il fronte, partito due anni prima da Grado, era adesso arrivato appena ai contrafforti dell'Hermada.

E la battaglia si riaccende sul fronte nel settore di Flondar, con gli austro-ungarici che scatenano nella notte tra il 3 e 4 settembre un infernale bombardamento d'artiglieria.
Il 65° Reggimento di fanteria della Brigata Valtellina ha appena occupato quelle posizioni, al termine di pochi giorni di riposo trascorsi a Vermegliano; durante il bombardamento gli uomini si proteggono in un rifugio sicuro ed invulnerabile: uno dei due tunnel ferroviari, ricordato nel diario del Reggimento come "galleria di Lokavac", che in precedenza gli austro-ungarici avevano sapientemente adattato.
Alle 4:50 del mattino cessa il fuoco pesante d'artiglieria, ma anziché scatenare subito l'attacco, l'artiglieria i.r. continua a bombardare le trincee delle prime linee; e quindi i soldati italiani se ne restano al sicuro nella galleria...
Alle 5:40 cessa il bombardamento, ed immediatamente le unità i.r. avanzano verso le linee italiane.
Un reparto austriaco arriva fino all'imbocco del tunnel e lancia delle bombe a mano.
Disgraziatamente - anzi, sciaguratamente - della casse di munizioni erano state depositate proprio in prossimità dell'ingresso: esplodono, e coinvolgono nell'esplosione dei serbatoi di lanciafiamme custoditi a fianco.
Nell'arco di pochissimo - forse meno di un minuto - si sviluppa un incendio furioso ed incontrollabile: il fumo invade tutto il tunnel, asfissiando gli occupanti, e solo pochissimi riescono a mettersi in salvo.
L'incendio prosegue per ben due giorni, consumando e calcinando tutto all'interno.

Quanti soldati italiani morirono in quel tunnel?
Difficile dirlo... la lapide che li commemora ricorda, pudicamente, che caddero "centinaia" di fanti assieme al loro comandante, il colonnello Giovanni Piovano.
In realtà, i diari ufficiali lamentano per il giorno 4 settembre la perdita di 2400 uomini, la maggior parte dei quali dobbiamo credere si trovasse all'interno del rifugio ferroviario...


La "nuova" lapide, a malapena leggibile

Come arrivarci

Basta una brevissima passeggiata a condurci alla galleria del Lokavac.
Dopo aver parcheggiato a San Giovanni di Duino, ci incamminiamo sulla SR55 in direzione del Vallone.

200 metri dopo il ponte sull'autostrada, un segnavie biancorosso ci indica l'inizio del sentiero 16 verso Medeazza/Medja Vas e Iamiano/Jamlje
Percorriamo un facile sterrato per poche centinaia di metri.
Un ambiente reso un po' spettrale da un vero e proprio
bosco di tralicci... tutti del medesimo color ruggine 


Sulla sinistra, ad un certo punto possiamo osservare un canalone
con alcuni ricoveri: resti di fortificazioni austro-ungariche.


Procediamo ancora lungo lo sterrato, che curva a destra e scavalca subito dopo la ferrovia:
siamo proprio sopra all'imbocco della "galleria Lokavac".


Abbandonando qui lo sterrato, ed inoltrandoci a destra nella vegetazione, dopo pochi passi si può intravedere un cippo, posto su un grande basamento in calcestruzzo.

Il basamento in realtà sono i resti di un bunker, collegato con un breve pozzo alla sottostante galleria. Con la dovuta prudenza, il bunker si può visitare... ma è fortemente sconsigliabile inoltrarsi nel cunicolo.








Poco distante è eretta un'altra stele commemorativa, precedente a questa,
e resa ormai completamente illeggibile dal tempo.
Un aspetto curioso è che questa stele segna uno dei caposaldi
 del confine del Territorio Libero di Trieste.





Visualizza Carso segreto in una mappa di dimensioni maggiori

sabato 31 maggio 2014

Non toccate i caprioli!

cucciolo di capriolo di 5 giorni,
raccolto ed accudito dall'ENPA di Trieste

Questo è il periodo in cui in Carso non è infrequente trovare cuccioli di capriolo, apparentemente abbandonati in mezzo ad un prato, nascosti nell'erba alta... e mai abbastanza forte sarà ripetuta l'avvertenza: NON TOCCATELI!!!!
per quanto ispirino tenerezza, per quanto sembrino abbandonati... per il loro bene, NON AVVICINATEVI e, soprattutto, NON TOCCATELI.

Riporto qui l'efficace appello dell'ENPA a questo proposito:

Rammentiamo di non toccare i cuccioli di capriolo in mezzo ad un prato o accucciati tra l'erba dei margini di qualche dolina. Non sono abbandonati e la tenerezza che ispirano non deve farci equivocare sul loro benessere. 
Le madri allattano i cuccioli al tramonto, nella notte e all'alba. Dopo la poppata dell'alba si avviano, di solito, in area scoperta ed erbosa dove il piccolo, nascosto, attenderà dormicchiando ed immobile il tramonto, quando la madre verrà a riprenderselo e lo porterà nel bosco dove, dopo l'allattamento, riposeranno l'uno accanto all'altra sino all'alba. Poi ricomincia il percorso verso le aree erbose e scoperte. 
E’, quindi, ben chiara la inutilità di chi trova su di un prato un cucciolo di capriolo nell’affannarsi alla ricerca di individuare la madre. Peggio ancora presumere l’abbandono, raccogliere il cucciolo, tentare una alimentazione fantasiosa o portarlo lontano. Il rischio è che la madre non lo ritrovi più o non lo riconosca come suo dopo le incaute manipolazioni.
Perché i piccoli stanno di giorno nell’erba alta nei prati o in zone aperte? 
Perché è il luogo più sicuro e lontano dai predatori, in particolare dalla volpe che quando si sposta durante le prime ore del giorno non esce mai dai margini umbratili del bosco.
La natura sa quello che fa e gli uomini, se vogliono proteggere gli animali selvatici, devono ben conoscerne le abitudini ed i comportamenti.

Nel dubbio contattare la Polizia Ambientale della Provincia di Trieste o l'ENPA.

Nota: la Polizia Ambientale può essere contattata direttamente dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00, il lunedì ed il giovedì anche dalle 15.00 alle 17.00 al tel. 0403798456.
Negli altri orari, può essere contattata attraverso i servizi 112 e 113.


venerdì 16 maggio 2014

Il monumento perduto agli "Eroi dell'Isonzo Armee"



Questa foto è stata pubblicata su "La Grande Guerra in casa", sorta di catalogo fotografico dell'omonima mostra allestita nel 2012 dall'Associazione Hermada - Soldati e Civili.

Si tratta di un monumento eretto nel corso della Prima Guerra Mondiale nei pressi di Aurisina, dedicato agli "eroi dell'Armata dell'Isonzo" ("der Helden der Jsonzo-Armee"), presumibilmente distrutto dopo la "redenzione" di queste terre, e del quale pare essersi persa ogni memoria, anche tra i vecchi del paese.

Sorge allora la curiosità: dove si trovava esattamente? Ne esiste ancora qualche traccia, magari solo i ruderi del basamento?

Cominciamo questa ricerca che - avverto - non so dove ci condurrà. Prendetelo come un mio "ragionamento ad alta voce", al quale potete partecipare con le vostre osservazioni.

Esaminiamo la foto.

All'orizzonte, è evidente il viadotto ferroviario di Aurisina, visibile solo in parte (precisamente, dieci archi).

All'epoca il terreno era in gran parte brullo, alberi non ce n'erano, e quindi il viadotto era molto più visibile di quanto non sia oggi; per riuscire a vederlo, dobbiamo salire in alto, sopra agli alberi.
Ecco una foto recente (2009) del viadotto, scattata dalla vedetta Liburnia:



E cominciamo a porci le domande:

Il monumento si trovava a nord o a sud del viadotto?
Nella foto dalla vedetta Liburnia il viadotto è visto da sud; è praticamente simmetrico, quindi potrebbe sorgere lecito il dubbio che il monumento potesse trovarsi anche a nord del viadotto...
Ma non è così. Nella foto del monumento, all'orizzonte sulla sinistra si intravedono delle case.
Se osserviamo la mappa della zona:



 possiamo notare che, guardandolo da sud, effettivamente sulla sinistra ci sono delle costruzioni; viceversa, guardandolo da nord non c'è nessuna costruzione.
Quindi, la foto del monumento è scattata certamente a sud del viadotto.

Lo spigolo a destra del basamento del monumento coincide con il pilastro del decimo arco (riportato in mappa come "secondo pilastro maggiore" in quanto, se ci fate caso, sul viadotto ogni quattro pilastri ce n'è uno di dimensioni maggiori)

Il viadotto in foto non viene visto perpendicolarmente, ma dalle ombre degli archi si desume che viene visto con una certa inclinazione (difficile dire quanto... forse una decina di gradi).
Comunque, prudenzialmente, tracciamo una linea perpendicolare al viadotto (in rosso sulla mappa): il monumento si trovava a sinistra (ovvero a ovest) di questa linea.

Nella foto non si vede il campanile della Chiesa di Aurisina, quindi la stessa deve essere nascosta dietro al monumento.
Se tracciamo una linea dal decimo arco al campanile (in blu), abbiamo un'ulteriore elemento: il monumento si trovava a destra (est) di questa linea.

A questo punto abbiamo identificato una "fetta" di terreno abbastanza stretta... ragioniamo sulle quote:
  • in prossimità del viadotto, il piano di campagna ha quota circa 137 m; il viadotto invece ha quota 153 m
  • il punto di vista della fotografia sembra essere ad una quota più o meno corrispondente a quella del viadotto, e quindi attorno ai 153 m 
  • il piano della strada provinciale tra Aurisina e Santa Croce ha quota variabile tra 151 m (all'altezza dell'incrocio con San Pelagio) e 175 m (all'altezza dell'edificio della ex-scuola della Lega Nazionale)
  • il piano di campagna della vedetta Liburnia è di 179 m
Seleziono tra le due righe (rossa e blu) l'area che ha una quota "compatibile", ed il risultato è l'area segnata in grigio, all'interno della quale (SE i ragionamenti fatti sopra sono corretti), avrebbe dovuto trovarsi il monumento.
E' un'area oggi solo in parte edificata, e che comprende anche le primissime pendici del Monte Babica lungo la provinciale (senza allontanarsene troppo, perché dopo si sale troppo di quota). 

A questo proposito, c'è da fare una considerazione: 
- monumenti simili a questo venivano solitamente eretti nei cimiteri di guerra. 
- nella zona accanto a quella contrassegnata, pare che fossero stati allestiti i baraccamenti di un ospedale da campo
- e quasi sempre un ospedale da campo aveva in prossimità un cimitero di guerra

Il che renderebbe verosimile che il monumento sia stato eretto per un cimitero di guerra, e smantellato poi, nelle operazioni di "riordino" dei cimiteri di guerra (ad esempio, in prossimità di San Pelagio c'erano due altri cimiteri di guerra, le cui salme furono poi traslate in altri cimiteri).

SE le ipotesi che ho fatto sopra sono corrette (...e non è detto che lo siano), l'area così delimitata è circoscritta con sufficiente precisione (però, ad esempio, la quota del punto di presa della foto potrebbe anche essere più elevata, e sembrare equivalente a quella del viadotto solo per una questione di ottica).

Come proseguire le indagini?

Ovviamente "sul campo", battendo palmo a palmo il terreno di quell'area (sul quale nel frattempo non siano state costruiti edifici o tralicci...), e sperando di trovare ancora le tracce di quel basamento.
Se qualcuno decidesse di dedicare qualche ora alla raccolta di asparagi selvatici in quella zona, che ne approfitti per dare un'occhiata alle pietre che incontra...
    
Vi è poi il dettaglio delle case che si intravedono all'orizzonte, a sinistra: la foto non è sufficientemente nitida da poterle identificare con certezza, ma varrebbe la pena di fare un confronto con altre foto d'epoca per poter ravvisare delle somiglianze.


Ed infine, paziente lavoro d'archivio...

Se avete qualche osservazione, contributo, segnalazione di dati o fotografie, vi invito caldamente a portare il vostro contributo nei commenti!

lunedì 21 aprile 2014

Sull'origine del toponimo "Canovella de' Zoppoli"

Nel post su Canovella de' Zoppoli avevo scritto che il toponimo "Canovella" non era spiegato... ed effettivamente, un po' come tutti i toponimi di questa zona, la relativa spiegazione etimologica va sempre presa con le pinze, indipendentemente dall'autorevolezza di chi la propone.
Ogni toponimo si presta infatti a diverse ipotesi e speculazioni etimologiche, facendolo derivare dai più svariati termini in differenti lingue... e quando accade, come in Carso, che a vario titolo siano state usate lingue diverse (italiano, sloveno, tedesco... restando ai tempi più recenti. Ma, andando indietro nel tempo, anche ladino, veneto, latino, volgare, ed altre lingue e dialetti di ceppo italico, germanico e slavo, nonché, ancor prima, venetico, illirico, ed altre lingue prelatine) allora ogni ipotesi toponimica corre il rischio di sfociare nell'illazione. E spesso, alcune spiegazioni che vengono date per certe, derivano la loro autorevolezza solo dalla granitica certezza con cui sono state affermate. Invece, sono rarissimi i documenti che ci permettano di dare ragionevolmente per certa qualsiasi spiegazione toponomastica, e quindi nel formularle il condizionale dovrebbe essere sempre d'obbligo.

Questa doverosa premessa per spiegare che un'ipotesi sull'origine del nome "Canovella" esiste, anche se non attendibilissima.

Il suffisso "de' Zoppoli" è recentissimo, risalendo alla prima metà del XX secolo, e giustamente recuperato per dare memoria alla storica imbarcazione monossile che, tradizionalmente, veniva usata in questo microscopico porticciolo.

Il nome "Canovella" invece è molto più antico, ed in particolare viene più volte citato in alcune carte topografiche del XVI e XVII secolo. (1)
Consultando queste carte, si scopre che "Canovella" non indicava solo la località oggi nota con tale nome, ma più località diverse nella stessa zona, o addirittura tutta la zona costiera tra l'attuale Canovella d' Zoppoli e Sistiana.
E compare in diverse forme: Canouela, Canouello de Sotto, Canouello Grande, Canouello Picciol, Conouella, Conouello Grande, Conouello Piccolo; ma anche "Contrata de Conouella" e "Territorio de Canouello".
Tito Ubaldini (1) fa derivare Canovella da canova o canava, "cella vinaria"  (2); e questo perché questa zona della costa era all'epoca coltivata a vigne, su appositi pastini, e quindi la zona si sarebbe ben meritata l'appellativo di "cantinetta".
Peraltro, la coltivazione della vite era qui diffusa fino a pochi decenni fa, ed oggi sopravvive solo in pochi tratti, essendo per il resto i terreni rimasti abbandonati ed incolti; anche i pastini sono ancora esistenti, sebbene non ne venga più curata la manutenzione, e ciò provoca non pochi problemi di dissesto idrogeologico.
E' plausibile questa spiegazione etimologica? Sicuramente si.
E' sicura? Certamente no, poiché non esistono document in merito che ce lo dimostrino esplicitamente.
Prendiamola quindi come una spiegazione plausibile, probabile e ragionevole: ma non dimentichiamo di accettarla solo con spirito critico, e sempre pronti a sentire doverosamente anche qualsiasi altra spiegazione.

Fonti:

(1) Tito Ubaldini - Il "Territorium Tergestinum" in cinque carte topografiche del XVI e XVII secolo - Archeografo Triestino, serie IV, vol. XLVII, Trieste, 1987
(2) Du Cange - "Glossarium mediae et infimae latinitatis" - Parisiis, 1842

domenica 20 aprile 2014

La chiesa di Santa Maria di Siaris


Alle pendici del Monte Carso, su un versante della Val Rosandra, sottostante al Cippo Comici, sorge un'antica chiesetta: Santa Maria di Siaris.
Fu edificata nel XIII sec., probabilmente sulle rovine di un'antica torre, e secondo la leggenda fu costruita per volere di Carlo Magno, sepolto in una grotta nei dintorni.
Originariamente doveva comprendere anche un piccolo monastero (i "monaci di Siaris", detti anche - comprensibilmente - "monaci sulle rocce", compaiono più volte in documenti dei secoli successivi).
Nel corso del tempo la chiesetta fu sicuramente più volte restaurata o anche completamente riedificata; il restauro più importante probabilmente è quello del 1647 (l'anno è riportato sull'architrave). Ma successivamente, fino alla fine dell'800, finì in abbandono, e la struttura attuale è principalmente frutto di vari lavori compiuti nel corso del XX secolo (ad esempio, nell'immagine più antica disponibile, risalente al 1698, la chiesa sembra esser dotata di un campanile, oggi scomparso)

Nel 1300 era prevista come meta di pellegrinaggio per i bestemmiatori, che dovevano compiere per penitenza il cammino di 12 chilometri a piedi nudi (chiunque percorra oggi gli impervi sentieri per raggiungerla si renderà conto di quanto questa penitenza fosse pesante...)

da "Historia antica, e moderna, sacra e profana, della città di Trieste"
di Ireneo della Croce;
la più antica rappresentazione della Chiesa di Santa Maria di Siaris (1698)

Sul nome "Siaris":

Non esistono etimologie convincenti per il toponimo "Siaris": secondo Cuscito deriva dalla voce ladina "serra" (sbarramento, monte, crinale), ma si tratta appunto di un'ipotesi poco convincente.
Interessante il fatto che il nome "Siaris" sia rimasto pressoché immutato nel corso dei secoli: nel 1330 viene citato più volte nella forma "Seris", che nel corso del '400 muta in "Siaris", forma definitiva conservata fino ad oggi.



Oggi la chiesa è aperta e visitabile solo in occasione delle (rare) messe che vi vengono celebrate in particolari occasioni; anche la sola visita esterna la rende però una degnissima meta per una bella escursione in Val Rosandra.

Riferimenti:

Ireneo della Croce: "Historia antica, e moderna, sacra e profana, della città di Trieste" - 1698
Sito Triestestoria