sabato 5 luglio 2014

La strage della Brigata Valtellina

I treni diretti a Trieste, una volta abbandonata la stazione di Monfalcone, affrontano subito due brevi gallerie. Indifferente che si tratti di un sonnolento locale o di un prestigioso Frecciabianca: le gallerie sono corte, ed il passeggero si accorgerà a malapena di attraversarle.
Eppure la seconda galleria meriterebbe la nostra attenzione, perché è stata teatro di una delle maggiori tragedie della prima guerra mondiale: seconda - solo per i numeri, non certo per l'orrore - a quelle dei gas...
Tragedia che è stata però ingiustamente dimenticata: perché per le sue dimensioni, e per i modi con cui si è svolta, meriterebbe un posto importante nella nostra memoria: monito non solo della vacuità della guerra, ma soprattutto della stupidità umana.

Dobbiamo andare al settembre 1917: si è conclusa da pochi giorni l'ennesima "Battaglia dell'Isonzo"... l'undicesima, per la precisione, della sfilza di battaglie che nell'arco di due anni, a prezzo di alcune centinaia di migliaia di caduti, aveva fatto guadagnare agli Italiani una manciata di chilometri, tanto che il fronte, partito due anni prima da Grado, era adesso arrivato appena ai contrafforti dell'Hermada.

E la battaglia si riaccende sul fronte nel settore di Flondar, con gli austro-ungarici che scatenano nella notte tra il 3 e 4 settembre un infernale bombardamento d'artiglieria.
Il 65° Reggimento di fanteria della Brigata Valtellina ha appena occupato quelle posizioni, al termine di pochi giorni di riposo trascorsi a Vermegliano; durante il bombardamento gli uomini si proteggono in un rifugio sicuro ed invulnerabile: uno dei due tunnel ferroviari, ricordato nel diario del Reggimento come "galleria di Lokavac", che in precedenza gli austro-ungarici avevano sapientemente adattato.
Alle 4:50 del mattino cessa il fuoco pesante d'artiglieria, ma anziché scatenare subito l'attacco, l'artiglieria i.r. continua a bombardare le trincee delle prime linee; e quindi i soldati italiani se ne restano al sicuro nella galleria...
Alle 5:40 cessa il bombardamento, ed immediatamente le unità i.r. avanzano verso le linee italiane.
Un reparto austriaco arriva fino all'imbocco del tunnel e lancia delle bombe a mano.
Disgraziatamente - anzi, sciaguratamente - della casse di munizioni erano state depositate proprio in prossimità dell'ingresso: esplodono, e coinvolgono nell'esplosione dei serbatoi di lanciafiamme custoditi a fianco.
Nell'arco di pochissimo - forse meno di un minuto - si sviluppa un incendio furioso ed incontrollabile: il fumo invade tutto il tunnel, asfissiando gli occupanti, e solo pochissimi riescono a mettersi in salvo.
L'incendio prosegue per ben due giorni, consumando e calcinando tutto all'interno.

Quanti soldati italiani morirono in quel tunnel?
Difficile dirlo... la lapide che li commemora ricorda, pudicamente, che caddero "centinaia" di fanti assieme al loro comandante, il colonnello Giovanni Piovano.
In realtà, i diari ufficiali lamentano per il giorno 4 settembre la perdita di 2400 uomini, la maggior parte dei quali dobbiamo credere si trovasse all'interno del rifugio ferroviario...


La "nuova" lapide, a malapena leggibile

Come arrivarci

Basta una brevissima passeggiata a condurci alla galleria del Lokavac.
Dopo aver parcheggiato a San Giovanni di Duino, ci incamminiamo sulla SR55 in direzione del Vallone.

200 metri dopo il ponte sull'autostrada, un segnavie biancorosso ci indica l'inizio del sentiero 16 verso Medeazza/Medja Vas e Iamiano/Jamlje
Percorriamo un facile sterrato per poche centinaia di metri.
Un ambiente reso un po' spettrale da un vero e proprio
bosco di tralicci... tutti del medesimo color ruggine 


Sulla sinistra, ad un certo punto possiamo osservare un canalone
con alcuni ricoveri: resti di fortificazioni austro-ungariche.


Procediamo ancora lungo lo sterrato, che curva a destra e scavalca subito dopo la ferrovia:
siamo proprio sopra all'imbocco della "galleria Lokavac".


Abbandonando qui lo sterrato, ed inoltrandoci a destra nella vegetazione, dopo pochi passi si può intravedere un cippo, posto su un grande basamento in calcestruzzo.

Il basamento in realtà sono i resti di un bunker, collegato con un breve pozzo alla sottostante galleria. Con la dovuta prudenza, il bunker si può visitare... ma è fortemente sconsigliabile inoltrarsi nel cunicolo.








Poco distante è eretta un'altra stele commemorativa, precedente a questa,
e resa ormai completamente illeggibile dal tempo.
Un aspetto curioso è che questa stele segna uno dei caposaldi
 del confine del Territorio Libero di Trieste.





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