sabato 19 dicembre 2009

la leggenda della Grotta del Diavolo Zoppo

Fino a tempi non troppo remoti esisteva in prossimità delle foci del Timavo una grotta, detta “del Diavolo Zoppo” (catasto 39/225VG ), alle falde del colle detto “Monte Sant’Antonio”.
Era piccolina (lunga 34 metri, profonda 9) e, dopo la prima guerra mondiale, una cava a servizio di un cementificio si “mangiò” tutto il Monte Sant’Antonio e, con esso, la “Grotta del Diàul Zot”.
L’aspetto più interessante di questa grotta è costituito dalle leggende che si sono formate attorno ad essa.
Lo stesso nome deriva da una suggestiva leggenda, raccolta da Giacomo Pocar:

...in tempi remotissimi sul monticello di Sant’Antonio, quand’esso era ancora un’isola, vi fu la continuazione di una grande guerra incominciata in terraferma.
Quand’era sulle mosse per partire col suo tesoro, una freccia nemica lo colpì ed il guerriero cadde moribondo al suolo.
Vedendosi prossimo a morire, testò le sue ricchezze a favore dei poveri, pensando così di placare l’ira di Dio che tremenda gli sovrastava, per punirlo delle ruberie e degli assassini commessi.
Appena morto quel tristo, ecco comparire presso il cadavere un angelo sfolgorante di luce ed un orribile demonio. Il primo sosteneva che, in base al testamento del defunto, il tesoro apparteneva ai poveri e ch’egli era incaricato della distribuzione; l’altro intendeva che quelle ricchezze fossero roba sua, perché,carpite con saccheggi ed uccisioni.
Dalle parole vennero ai fatti, e dopo un’accanita lotta, vinse il demonio.
Ma questi, nella fretta di fuggire, tutto fuori di sé per la riportata vittoria,correndo precipitò in questa grotta trascinandosi dietro il cassone, che gli si rovesciò addosso rompendogli una gamba.
Il demonio divenne quindi zoppo, e da ciò ”la grotta del Diavolo Zoppo”
Per questo accidente non potè proseguire il viaggio fino all’inferno e dovette decidersi a fermar qui la sua dimora, se voleva custodire il tesoro.

Quando ci sono voci del genere, si sa, i ricercatori di tesori si scatenano…
Ma fu una ricerca che giocò brutti scherzi ai novelli Indiana Jones.
Pare infatti che intorno al 1730 quattro villici, accompagnati da un oste della zona, si avventurarono nella grotta, con la speranza di arricchirsi...
E fosse suggestione, fosse il volo di uccelli notturni o pipistrelli che nella grotta avevano trovato rifugio, i cinque malcapitati subirono un gravissimo spavento… tant’è che quattro di loro, nei giorni successivi, morirono per causa oscura.
Stessa misteriosa sorte toccò, poco tempo dopo, a due preti che, in compagnia di una donna, tentarono la medesima impresa.
Nel suo "Ragguaglio geografico storico del territorio di Monfalcone", pubblicato a Udine nel 1741, lo storico  Basilio Asquini ci racconta:

... è fama, che in questa grotta da più secoli stia nascosto un tesoro, dall’avidità di posseder il quale spinti quattro Carsolini, che colà erano stati mandati ad appianare la prossima già mentovata strada, uniti ad Antonio Sborzo Oste de’Bagni, deliberarono di introdursi in detta Grotta, e di non uscirvi, che molto ricchi.
Munitosi perciò ciascuno di loro di una torcia a vento, di quelle, che sogliono i contadini adoperare in quelle parti, chiamate da loro Falle, animosamente un dopo l’altro calarono nella medesima.
Internatisi alquanto in essa sentirono eccitarsi un grandissimo strepitio, che non di poco terrore fu loro cagione.
Tuttavia fattisi tra se coraggio, avvanzonsi ancora alcuni passi; ma venutili incontro alcuni grandi uccelli, li quali essi presero per Diavoli alati che coll’ale smorzarono loro le torcie, e che contro i medesimi grandi strida gittarono; senza più inoltrarsi, risolsero, come fecero, di ritornarsene addietro. Lo spavento, che per ciò concepirono, talmente loro nacque, che posti tutti cinque a letto, i quattro Carsolini in termine di pochi giorni tutti morirono, e l’Oste se non dopo una lunga infermità potè ristabilirsi in salute.
Ciò saputo avendo due Preti, i cui nomi stimiamo ben fatto tacere, giovani, e molto animosi, stimolati anch’essi dalla stessa fame dell’oro, che fa parere ogni pericolo picciolo, ed ogni fatica leggiera; figurandosi forse di avere più coraggio de’ prefati Carsolini, vollero anch’essi tentare di questo tesoro l’acquisto.
Scieltasi adunque una notte molto burrascosa, ed oscura per non essere veduti da’ Veneti , da’ quali temevano dover essi venire sturbati, per esser Arciducali, si posero in cammino in questa Grotta insieme con una donna, che conducevano seco, acciochè servisse al trasporto dell’ambita ricchezza.
Giunti, che furono col beneficio di una lanterna accesa, che ognuna di loro portava, scesero in quella: ed aggiratisi per vari seni della medesima, alla fine giunsero ad un passo stretto, frammentato da un pezzo di macigno, che una colonna sembrava.
Mentre preparavansi un dietro l’altro passarlo, si fe loro incontro un grande uccello, il quale avventateli contro col rostro, ed artigli, e strettamente gracchiando gli empi’ di tali orrori, e spavento, che potendosi appena reggere in piedi sen’unscironoo da quella Spelonca.
Ritornati a casa molto languidi, e mesti, si posero anch’essi a letto, e nello spazio di pochi giorni, tutti e tre parimenti sen passarono all’altra vita.
Dopo questi non si sa, che ad altri sia venuto il prurito di andare in cerca di questo tesoro…

Nel 1890 alcuni notabili di Monfalcone intrapresero un’accurata esplorazione, e la grotta fu frugata invano in ogni dove: nessun tesoro fu trovato. In compenso, furono rinvenuti un teschio ed altri frammenti ossei, coperti da grosse incrostazioni calcaree, e quindi evidentemente antichi. Forse anche la vista di queste ossa aveva contribuito a spaventare a morte i primi esploratori….

Il Kandler, quando la esplorò, commentò laconicamente:

Io stetti lungamente fra quei stalattiti, che hanno invero forme da scaldare l’immaginazione.
Ma il Diavolo non c’era, o si finse assente, e gli lasciai la mia carta…
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